Sono cresciuto smanettando a Pitfall
sull’Atari e puntaecliccando ogni fottuto pixel di Maniac Mansion sul Commodore; il mio passatempo preferito era esplorare vecchie
case diroccate alla ricerca di tesori abbandonati (mai trovati); ho combattuto feroci battaglie con i libri-game, ma i dadi a mille facce di D&D mi hanno spalancato porte che nemmeno l’LSD a
Woodstock durante lo show dei Grateful Dead… ho posseduto una (finta) BMX, con
un finto cambio, ma sapevo impennare e sgommare, per cui, tutto sommato, mi
sembrava di essere già a buon punto rispetto a quello che la vita aveva di
importante da insegnarmi…
Ho trascorso innumerevoli notti a spiare le stelle, con i miei amici e un binocolo, aspettando – quasi sperando – che si materializzassero scintillanti astronavi rotanti provenienti da altri universi e visitatori carichi di promesse e di avventure...
Ho trascorso innumerevoli notti a spiare le stelle, con i miei amici e un binocolo, aspettando – quasi sperando – che si materializzassero scintillanti astronavi rotanti provenienti da altri universi e visitatori carichi di promesse e di avventure...
Se c’è una colpa per tutto questo è che il 1984 (non quello di Orwell) ha
coinciso con i mei dieci anni.
Sono cresciuto pensando che l’importanza
di un amico sia di gran lunga superiore a quella di un parente. Che l’Amore
debba essere qualcosa di travolgente e romantico. Qualcosa che ti cambia la
vita.
Se no, niente!
Perchè se non ti fa scoppiare il cuore e accartocciare lo stomaco e se non ti rende pronto a sfidare bulli, malèfici alieni, inquietanti agenti governativi, sicari, mafiosi, pirati, assassini, insidie e “tracobetti” (se non capite, lasciate perdere…), allora non è Amore. Se non vi fa sentire il bisogno di essere uomini migliori e fronteggiare le vostre paure... allora no, allora non è amore! Allora è quella roba che hanno i genitori, i “grandi” e, forse, anche tutti gli altri, cioè quella roba che magari ti fa anche stare con la stessa donna per tutta la vita, ma che palle… com’è noiosa tua madre… tu non mi capisci…
No! L’amore che ho sempre sognato
non era quello dei miei genitori. E non era nemmeno quello dei carnacci, che pur
mi turbavano il bassoventre e che, alla terza visione, si riducevano ad un
insieme sgranato di immagini traballanti, dalle cromie tendenti al verde e
con l’audio praticamente assente, ma pur sempre in tedesco. Chissà poi perché i
film porno che giravano in VHS erano sempre tedeschi… La colpa? Sempre degli
anni ’80!
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Amore è... |
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Amore è... |
Io non volevo la fidanzatina con
cui limonare, gli amici con cui divertirmi e la tipa navigata a cui toccare
le tette. Anche se quest’ultima, pochi anni dopo, sarebbe diventata
una presenza estremamente gradita e apprezzata. Fin da ragazzino, ho sempre saputo che, da
qualche parte, c’era una complice che costituiva la sintesi di tutti i mei bisogni e di tutti i miei
desideri. E io l’ho sempre cercata. Perché l’amore è qualcosa che non si
divide, che non si splitta e che non fa prigionieri… io e te per sempre, amore mio! Contro i Demogorgon, le convenzioni
borghesi e alla faccia di tutti quelli che non capiscono che quella notte con
lei, a parlare e scherzare fino all'alba, è valsa più di dieci scopate con altrettante bravissime. Poi si cresce e, di solito, la vita fa il resto: testa a posto, lavoro e famiglia.
Aggiungete le tasse, il mutuo e le rate della macchina… Troppo complicato
trovare la metà mancante della mela. Troppo faticoso. Troppi impegni, troppi
rischi o, semplicemente, troppe altre cose a cui pensare. Forse hanno ragione
loro. Forse è questa la maturità, l’età adulta e il senso di responsabilità.
Io no! Io sono un coglione
immaturo a cui il cinema ha fatto male. Così come i cartoni animati della mia
infanzia e i libri della mia adolescenza. Che, tra parentesi, non ho mai smesso
di amare.
So perfettamente che la vita te
lo mette nel culo e che sarebbe molto più saggio essere cinici, contare solo su se
stessi e non fidarsi mai di nessuno. I film e la letteratura mi hanno insegnato
anche questo. E anche la vita me lo ha insegnato, a forza. Ma non ce n’è!
Fottesega dei disincantati dispensatori di buoni consigli e dei filosofi della
catastrofe. Tenetevela pure la vostra vita del cazzo! I “duri” che ho sempre
adorato sono quelli che le prendono sempre, ma non si scoraggiano; sono quelli che non ci riescono proprio
a corazzarsi dalle meravigliose insidie della vita; quelli che subiscono e che
si rialzano. Quelli che s’innamorano sempre, nonostante le delusioni, le
cicatrici e i tradimenti. Quelli che non vorrebbero che l’acqua fosse bagnata, il cielo blu e che non ce la fanno a smettere di amare la propria donna (di nuovo, se non capite cambiate blog...). Perché è vero che l’amore,
a volte, fa male da morire e che trovare la compagna giusta è quasi sempre un’impresa
disperata. Però ogni tanto ci si riesce. E quando conosci quell’amore lì…
allora andate TUTTI a ‘fanculo! Voi e i vostri scudi e le vostre protezioni,
barriere e precauzioni. L'ho imparato a dieci anni e non l'ho più scordato!
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Hai detto amicizia...? |
Ho avuto la fortuna di avere
degli amici VERI e di aver conosciuto l’amore che sognavo. Questa è la lezione
che mi hanno insegnato gli anni ’80. Certo, all'epoca c’era anche Reagan, la Guerra
Fredda, Ustica e la bomba alla stazione di Bologna, il comunismo e lo yuppismo,
i paninari, le giacche con le spalline e i colori pastello… ma nel 1984 io
avevo dieci anni e, per me, quelli erano gli anni delle avventure con gli amici,
delle scorrazzate in bici, degli alieni nascosti nel tinello e dei grandi amori
a cui tenere stretta stretta la mano.
Ecco perché “Stranger Things”, al di là di tutti i giudizi tecnici, registici,
scenografici e narrativi, è un CAZZO DI CAPOLAVORO!!!
Sono abbastanza adulto e navigato
da sapere che l’operazione è più furba che ingenua e ho piena consapevolezza
che i Daffer Brothers hanno “solo”
32 anni, per cui gli 80ies li hanno
solo sentiti raccontare e non certo vissuti sulla pelle. Se fossimo in un processo, definiremmo l'operazione come "testimonianza de relato", bocciandola perchè inammissibile. Ma qui,
grazie a dio, non siamo in un’aula di tribunale. Quindi, ben venga chi non solo
sa RACCONTARE, ma sa anche così profondamente CAPIRE un’epoca da rendere del
tutto superflua la circostanza che, quell’epoca, l’abbia soltanto sentita
fantasticare. I Daffer Brothers sono
i miei due nuovi migliori amici, perché QUELLA ROBA LÌ, loro, ce l’hanno
veramente dentro il cuore. Almeno voglio crederci. Ho bisogno di crederci. I want to belive!
Sì, perché “Stranger Things” non è una roba à la anni ’80… SONO gli anni ’80! spremuti dentro otto meravigliosi, avvincenti ed emozionanti episodi.
Sì, perché “Stranger Things” non è una roba à la anni ’80… SONO gli anni ’80! spremuti dentro otto meravigliosi, avvincenti ed emozionanti episodi.
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Anni '80 |
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Anni '80 |
Perchè non si tratta solo di gente che
sa citare bene. Non è nemmeno semplice postmodernismo modaiolo o nostalgia furbetta. Stiamo
parlando di due tizi che sanno come si costruisce una storia, come si delineano
dei personaggi, come si contestualizza un periodo e come si tiene inchiodato lo
spettatore ad una sedia, in apnea, per 8 ore. I Daffer Brothers non ti tengono lì solo perchè poi potrai segarti il cazzo sui social a postare per primo l’inside joke da iniziato... ti tengono lì perché non vedi l’ora di scoprire cosa succederà, come dipanerà la trama e come si verrà a
capo dell’ennesimo twist. Che non è mai fine a se stesso, ma sempre concepito in funzione di uno sviluppo narrativo sensato.
Soprattutto, sanno come raccontarti una storia che vorresti vivere in prima persona e che vorresti non finisse mai. Perché è troppo bella, troppo paurosa, troppo romantica e troppo avvincente per volerla abbandonare…
Soprattutto, sanno come raccontarti una storia che vorresti vivere in prima persona e che vorresti non finisse mai. Perché è troppo bella, troppo paurosa, troppo romantica e troppo avvincente per volerla abbandonare…
La costruzione dei personaggi è
semplicemente perfetta. A parte, forse, il dr. Brenner (interpretato da un Matthew Modine ormai diventato l’ombra
dello splendido attore che fu), tutti i personaggi sono molto di più che
semplici cliché. Non sono banali stereotipi e nemmeno astratti archetipi. Come tutti i grandi personaggi della
fiction, sai perfettamente che sono irreali. Nessuno crede che Ulisse fosse l'uomo che ha cantato Omero, o che un
Bruce Wayne possa esistere nella vita vera. Quei personaggi non esistono, ma esistono i valori, le emozioni e gli ideali che incarnano. I Daffer Brothers hanno l'indiscuibile merito di essere riusciti a fondere quegli ideali, quei valori e quelle emozioni dentro personaggi normali, imperfetti, conflittuali e, proprio per questo, a dare vita ad un intero universo di personaggi assolutamente profondi e incredibilmente interessanti.
Che bello, per una volta, avere dei personaggi così straordinariamente comuni da voler prendere a modello. Bona lè con i supereori invincibili, con i guerrieri senza macchia e senza paura, con i geni della matematica che praticano il kung-fu e i campioni dello sport che citano Cartesio. Bentornati a questi ragazzini, a queste madri, a questi sceriffi e a questi insegnanti. Questi sono gli eroi con cui sono cresciuto, che ho preso a modello e che vorrei - un giorno - saper emulare. Non ho bisogno del martello di Thor, nè dei poteri di Superman. Vorrei, invece, avere un amico con cui sfidare le mie paure più grandi e un amore da voler proteggere e salvare a costo della mia stessa vita. C’è un cinema per capire chi siamo e un cinema per capire chi vorremmo essere. “Stranger Things” si iscrive a pieno titolo alla seconda categoria. Non è critica sociale, nè rilettura politica. Non è cinema di introspezione, nè di analisi culturale. Però, non è neppure mero intrattenimento o banale evasione. È qualcosa che va ben oltre. Almeno per chi, come il sottoscritto, sognava di far parte della banda di Data, Mouth e Sloth e di avere amici veri come Conan e Gimpsy…
Che bello, per una volta, avere dei personaggi così straordinariamente comuni da voler prendere a modello. Bona lè con i supereori invincibili, con i guerrieri senza macchia e senza paura, con i geni della matematica che praticano il kung-fu e i campioni dello sport che citano Cartesio. Bentornati a questi ragazzini, a queste madri, a questi sceriffi e a questi insegnanti. Questi sono gli eroi con cui sono cresciuto, che ho preso a modello e che vorrei - un giorno - saper emulare. Non ho bisogno del martello di Thor, nè dei poteri di Superman. Vorrei, invece, avere un amico con cui sfidare le mie paure più grandi e un amore da voler proteggere e salvare a costo della mia stessa vita. C’è un cinema per capire chi siamo e un cinema per capire chi vorremmo essere. “Stranger Things” si iscrive a pieno titolo alla seconda categoria. Non è critica sociale, nè rilettura politica. Non è cinema di introspezione, nè di analisi culturale. Però, non è neppure mero intrattenimento o banale evasione. È qualcosa che va ben oltre. Almeno per chi, come il sottoscritto, sognava di far parte della banda di Data, Mouth e Sloth e di avere amici veri come Conan e Gimpsy…
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Amici veri! |
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Il senso della vita |
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Avengers chi...? |
“Stranger Things” è il senso dell’amicizia e dell’avventura di
Spielberg e Lucas, la morbosa curiosità adolescenziale di Stephen King, il bisogno di
filtrare il reale attraverso il fantastico degli RPG; è il cinema di
Carpenter e i cartoni di “Miyazaki”. C’è “Poltergeist” e “La cosa”, “I Goonies”
ed “E.T.”; ci sono agenti governativi cattivissimi e gomblotti; ci sono pessimi
genitori e insegnati comprensivi; ci sono madri sole e abbandonate che non
smettono MAI di credere ai propri figli, anche contro ogni apparente evidenza. C’è
il mito della provincia americana. Ci sono le BMX, i bulli, i reietti della
società che diventano eroi e mostri terrificanti. Ci sono fughe romantiche, bullismo scolastico e fuga nel fantastico. C'è la sfiducia nelle istituzioni e la fede nei sentimenti. C'è la speranza contro la rassegnazione. C'è la scoperta del sesso, dell'amore e del senso dela vita...
Ci sono famiglie che ricordano
troppe famiglie che conosciamo. Padri stanchi seduti in poltrona davanti alla
tele e madri tristi che imboccano i figli e fanno le faccende. Come estranei
sotto lo stesso tetto. Senza alcuna passione, interesse o fantasia a legarli. Matrimonio, mutuo, tre figli e via, tutta la vita come una bevuta
di birra: senza troppe domande e tutta d’un fiato. Probabilmente è amore anche
questo. Ma io voglio l’Amore di Mike per El. Quello di Conan per Lana. Quell’amore
puro e totalizzante che ti fa trovare il coraggio di rispondere per le rime ai bulli, di gettarti dai
burroni e di sfidare i Demogorgon armato di tre bussole e una fionda. E voglio l’amicizia
di Dustin! E quella di Luke! Voglio i pomeriggi con loro, sulle BMX
d’ordinanza, a sfidare veti paterni, l’autorità delle istituzioni e il sistema
delle caste scolastico. Voglio il coraggio di non lanciare incantesimi di
protezione per nascondermi dalla vita, ma affrontarla a viso aperto, con i miei
amici e col mio amore al fianco, sparando raffiche di fireball come se non ci
fosse un domani. E questa roba, credetemi, vi fotte il cervello, vi incasina
l’esistenza e vi può far diventare delle persone diverse. Non dico migliori. Ma sicuramente diverse.
Non sto dicendo che tutti quelli
che hanno visto i “La storia infinita”, amato “Stand by me” e che sono andati in fissa
con “Wargames” debbano
necessariamente fare la mia fine. Non sto neanche dicendo che la mia sia una fine
migliore o anche solo auspicabile. Però non è neanche una brutta fine. E sono
contento di essere come sono, anche se a volte sarebbe più facile sognare di
meno e abbassare un pelo le aspettative. Che non sono fare palate di soldi e avere una carriera da poter esibire come un trofeo alle gare di chi ce l'ha più lungo... non faccio finta che il denaro mi faccia schifo e che il successo al lavoro non mi gratifichi. Dico solo che non voglio siano queste cose a definirmi come essere umano.
Vorrei saper essere un genitore come Joyce (una spettacolare Winona Ryder): una che ha commesso errori, che ha fatto scelte sbagliate e che sembra un paria della società, ma anche una che è disposta a passare per pazza piuttosto che abbandonare le persone che ama e a smettere di credere a quello che SA essere vero. Anche se non è possibile. Anche se tutto e tutti le dimostrano che si sbaglia.
Vorrei saper essere un genitore come Joyce (una spettacolare Winona Ryder): una che ha commesso errori, che ha fatto scelte sbagliate e che sembra un paria della società, ma anche una che è disposta a passare per pazza piuttosto che abbandonare le persone che ama e a smettere di credere a quello che SA essere vero. Anche se non è possibile. Anche se tutto e tutti le dimostrano che si sbaglia.
Voglio essere uno sceriffo come
Jim. Uno che si presenta al lavoro ancora ubriaco dalla sera precedente, con la
paglia in bocca e la scia di saliva secca che corre lungo il mento… ma anche
uno pronto a mettere in scacco un intero esercito, a farsi un giro per
l’inferno parallelo e a prendere pure a cartoni un alien senza fazza solo perchè ha trovato la giusta causa per farlo.
Voglio essere un insegnante come Mr. Clarke,
uno che motiva i suoi studenti e che il sabato sera lo passa a vedere “La Cosa” con la tipa; uno che si prende
pure la briga di spiegare ad un adolescente, alle 10 di sera e al
telefono, come fabbricarsi in garage una vasca di deprivazione sensoriale. Senza battere ciglio!
Io voglio quella roba lì. Quella
roba che ti fa fare quello di cui non ti credi capace. Voglio un po’ di quella sana
ingenuità, che mi faccia ancora sperare che un giorno, come i bimbi di tutti i
film con cui sono cresciuto, imparerò anch'io a non mortificare, imprigionare e
demonizzare il diverso e, invece, mi verrà naturale ospitarlo, offrirgli riparo
e ristoro.
Certo, in tempi da panico da
ISIS, ansia da immigrati, paura che culture diverse dalla nostra (qualunque
cazzo di cosa significhi un’espressione così stupida) ci invadano e ci friggano
il cervello, pare piuttosto ingenuo sperare nell’integrazione, nella curiosità e nella tolleranza.
Ma fa bene alla salute vedere bambini che adottano alieni, si innamorano di freaks telepati e convivono con
mostri di laboratorio.
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Alla voce: miglior amico |
Mike, Luke e Dustin ci insegnano che essere se stessi è molto più importante che essere quello che vogliono gli altri. Che uniti si batte il Demogorgon, mentre divisi, ognuno per sè, si viene sempre battuti. Ci insegnano che essere diversi non è necessariamente essere peggiori, che non essere perfetti non è la fine del mondo e che crescere non vuole sempre dire tradire i propri sogni, ma può significare dover affrontare i propri demoni.
La storia che racconta "Stranger Things" è un concentrato di roba già vista e rivista; trita e ritrita; ma è miscelato con intelligenza, raccontato con sincera passione e messo in scena con padronanza assoluta. Tecnicamente parlando, siamo di fronte ad un prodotto fatto dannatamente bene. Ottima fotografia, sceneggiatura impeccabile, colonna sonora da lacrima e recitazione impressionante. Considerato l'elevatissimo numero di ragazzini e adolescenti, è veramente incredibile come TUTTI risultino credibili e molto più profondi dei ruoli che interpretano. Anche lo stronzo risvoltinato di turno riesce a mostrare lati di sè che, solitamente, produzioni come questa gli precludono da contratto. Ripeto: l'ottimo lavoro dei giovani interpreti e la sapiente regia, grazie anche al format che permette di dilatare su 8 ore una storia che, solitamente, si sviluppa in meno di due, consente di analizzare, approfondire e sviluppare personaggi sfaccettati e interessanti, contraddittori e credibili.
Insomma, questa è una storia che vi saprà intrattenere come poche; è una lezione di vita sul valore dell'amicizia, dell'amore e del rifiuto del conformismo; è una bellissima avventura e un viaggio dentro alle nostre più profonde paure; è un inno al coraggio, alla ribellione e alla speranza. Vi prego, guardatevelo tutto d'un fiato!
GIUDIZIO SINTETICO: Avere 11 anni quando nelle sale esce i “Goonies” e vedere “Stand by me” a 12 è qualcosa che ti cambia la vita. Forse è per quello che, da allora, ho sempre amato il Cinema e ho affidato ad esso un importante ruolo per la mia personale comprensione del mondo. Se non avete ancora ucciso il bambino che è in voi, questa è la vostra serie. Per tutti gli altri, dateci un'occhiata! Non si sa mai...
VOTO: 9
concordo al 100%. solo, la storia è un po' allungata per 8 puntate. se fossero state 6 puntate, sarebbe stata una serie perfetta. PS: l'amore di cui parli, e che viene richiamato clamorosamente nel finale della serie, ha un nome ben preciso: Video Girl AI
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